03.12.2020

Le storie

La lente del designer sull'estetica del museo

“Io ho una grande passione per l’opera d’arte. Mi sono sempre curato di conoscere, di sapere, capire […]. Non saprei scrivere, non potrei fare un articolo critico, ma sento vivamente questi valori. E allora mi emozionano”, Carlo Scarpa, 1972. Scopri con intOndo qualche brano del prolifico dialogo tra designer e musei nel XX secolo.

Si potrebbe scrivere un libro intero sul rapporto tra designers e musei, un tema che nel XX secolo si è tradotto in un prolifico dialogo. Oggi ci accontentiamo di rievocare alcuni allestimenti iconici e alcuni progettisti per mostrarvi come il design abbia lasciato la sua firma anche sulla museografia.

Specialmente tra gli anni ‘60 e ‘70 la tendenza era quella di liberare l’oggetto dal suo supporto fisso o dal suo ambiente predefinito: staccarlo dalla parete per destinarlo a supporti mobili studiati con sapienza per esaltare il rapporto tra ambiente, spettatore e opera d’arte. L'elemento cruciale che contraddistingue l'approccio del designer all'allestimento è la ricchezza e la varietà di materiali scelti per porsi in perfetta sintonia con l’opera stessa.

Negli anni ‘80 e ‘90, con spunti di volta in volta differenti e sempre più provocatori, il designer diventa la vera star di allestimenti, mostre e nuovi musei. E, oggi, negli anni 2000, il settore del design e della moda hanno addirittura preso il sopravvento su i dipartimenti più tradizionali dei musei, basti pensare alla mostra blockbuster Alexander Mcqueen - Savage Beauty tenutasi al Metropolitan Museum di New York nel 2011.

Carlo Scarpa, classe 1906, laureatosi a Venezia nel 1926 come professore di disegno architettonico, è forse il designer che ha lasciato il segno più forte sulla museografia italiana. Nel 1948 realizzò la sua prima prova progettuale di allestimento, in occasione della retrospettiva di Paul Klee alla Biennale di Venezia, dando sfogo alla sua sapienza artigiana e alla sua fervente creatività. Un esempio di come la maestria nell'arte del vetro di Scarpa si riflette nei suoi progetti è dato dall'allestimento della mostra su Antonello da Messina in Sicilia: in questa occasione le ampie finestre delle sale del Palazzo Municipale di Messina vennero schermate da telai rivestiti di tessuto serico rosa e celeste, al fine di filtrare dolcemente la luce rendendola acquea e iridescente come un opale.

Ma forse l’espressione più alta dello strettissimo rapporto tra l’opera d’arte e il progetto curatoriale di Scarpa si può identificare nell’allestimento della prima grande retrospettiva italiana sull’opera di Piet Mondrian alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma nel 1956. In quella occasione Scarpa mirò a trasformare le sale della Galleria in ambienti neoplastici: gli ambienti, separati da telai imbevuti di calce e gesso - un chiaro riferimento all’opera di Burri - lasciavano pieno spazio alle forme astratte create dall’artista olandese, uno schema che lui stesso fece proprio per progetti curatoriali e architettonici successivi.

Tra gli altri designer e architetti italiani che hanno lavorato all’allestimeto e riallestimento di mostre e musei, bisogna anche ricordare Franco Albini, che già nel 1941 progettava per una mostra alla Pinacoteca di Brera, una rete di cavi d’acciaio che andava dal soffitto al pavimento per reggere le opere, uno spunto che riutilizzò tra le due guerre anche alla Triennale e che divvenne poi l’elemento portante della sua famosa libreria disegnata per Cassina nel 1956. Memorabile anche il suo ri-allestimento delle collezioni di Palazzo Bianco e di Palazzo Rosso a Genova, un'impostazione che si può in parte apprezzare ancora oggi e che spicca per l'uniformità conferita da meteriale tecnico mostrato ad occhio nudo al posto degli elementi decorativi tradizionali come le cornici.

Ignazio Gardella, lo studio BBPR, Gae Aulenti, Lina Bo Bardi sono tra gli altri nomi che meritano una menzione in questo campo, ma a loro dedicheremo un altro articolo. Stay tuned!